Gap, squilibrio, non allineamento insomma fra neolaureati e aziende. Le seconde si lamentano, anche se indulgenti, i primi non mostrano la serietà e le competenze richieste. Soprattutto in fase di colloquio...
Se lo squilibrio fra domanda e offerta di professioni qualificate rappresenta una preoccupazione da cassetto, in attesa di una nuova ripresa economica, quello fra neolaureati e aziende invece pare essere sempre più vivo. Skill Shortage in tutti i sensi quindi, non solo per le competenze mancanti - in un mercato del lavoro sempre più specializzato - ma anche per l'atteggiamento con il quale, in genere, ci si presenta al primo colloquio di lavoro.
Il primo ostacolo è di carattere nozionistico, manca troppo spesso la padronanza dell'inglese Anche se nemmeno il francese e il tedesco sono molto conosciuti, il vero tarlo è comunque l'inglese, il più importante e il più richiesto. Ma, dicono i selezionatori, il problema principale è il modo di relazionarsi. Al di là delle competenze apprese sui banchi di scuola, manca la maturità necessaria ad affrontare il mondo lavorativo, sostanzialmente diverso da quello accademico.
Troppe volte, durante i colloqui di selezione, si riscontra un'assenza di chiarezza sui percorsi professionali che si vogliono seguire. È vero che, nella maggior parte dei casi, i neolaureati non hanno esperienze lavorative alle spalle ma questo non c'entra con l'atteggiamento superficiale con cui spesso si affronta il colloquio di selezione. La fatidica domanda sul cosa si vuol fare da grandi fa perdere spesso molti punti al candidato che non sa cosa rispondere.
Dimostrare un'eccessiva vaghezza è deleterio perché fa percepire indifferenza anche per il ruolo verso il quale ci si è proposti. Al contrario, una rigidità eccessiva spaventa le aziende che hanno bisogno di atteggiamenti flessibili.
Indecisione e imprecisione sono così i difetti principali dei giovani candidati, che addirittura molto spesso non si presentano nemmeno al colloquio e non avvertono se hanno già trovato un'altra occupazione. La responsabilità in molti casi è da attribuire alle università che dovrebbero preparare i ragazzi ad affrontare un settore diverso da quello scolastico. Alcuni giovani sono sovrastimati, soprattutto chi esce da università prestigiose. Non hanno capito che ogni professionalità, per quanto valida e quotata, si deve confrontare con un mercato di riferimento che non sempre è al massimo delle sue potenzialità.
Il contesto economico e lavorativo è una variabile e come tale in continua evoluzione. Il compito delle università è quello di preparare dei candidati capaci di adattarsi e non dei giovani leoni che rischiano però di rimanere senza territorio. Ma il panorama non è così tragico. Da parte dei candidati non sono poche le eccezioni in cui i ragazzi si presentano comunque molto bene, da parte delle aziende c'è invece indulgenza, meglio però prevenire le delusioni e cercare di affrontare al meglio il colloquio, sapendo che lo sforzo vale il gioco.
Alessandra Santangelo
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