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Il colloquio

Questa settimana: consulenza in selezione e orientamento professionale

DOMANDA
Spettabile Redazione,
vorrei raccontarvi brevemente la mia storia e nel contempo porvi una quesito che mi assilla.
Mi chiamo Davide V., ho 35 anni e sono laureato in Ingegneria Nucleare. Da gennaio 2001 a febbraio 2002 sono stato Direttore di Stabilimento di un sito facente parte di una Multinazionale Americana leader mondiale settore automotive.
Il plant che ho gestito è relativamente piccolo (50 miliardi di fatturato, 110 dipendenti) ma dotato di una tecnologia vincente. Durante l'anno 2001 abbiamo sostenuto 4 lanci produttivi per veicoli alta gamma di tre diverse importanti case automobilistiche. Chi ha lavorato come fornitore di primo livello di una casa automobilistica sa che un solo lancio produttivo può uccidere uno stabilimento: niente di tutto questo.
Le mie persone hanno superato questa fase tanto anomala quanto pesante con successo grazie soprattutto alla loro professionalità, abnegazione e capacità di lavorare in team. Dei tre nuovi prodotti, tre saranno trasferiti in fabbriche dell'Est Europeo (ma questo lo sapevamo); ora è stato deciso che anche il quarto prodotto verrà trasferito. Tutto ciò significa la chiusura del plant entro il 2003.
Ho combattuto molto perchè ciò non avvenisse ed alla fine ho dato le dimissioni d'impeto dopo aver detto al Vice President Europeo tutto ciò che pensavo.
Il mio cruccio in particolare è che non me la sento di tradire chi mi ha dato tanta fiducia (il mio personale) e chi ha lavorata con tanta abnegazione. La decisione di chiudere lo stabilimento, inoltre, non è basata - a mio avviso - su ragionamenti di politica industriale corretti.
Mi sono ritrovato di punto in bianco senza un lavoro; sono stato ripescato dagli Enti Centrali della mia Multinazionale, la quale è evidentemente composta da tante persone ragionevoli e giuste; mi hanno dimostrato molta stima e mi hanno offerto un posto alla direzione centrale dei progetti di Continous Improvement (mettendosi quindi anche in contrasto con il mio diretto superiore, un americano irragionevole ed odiato, ma facente parte dell'establishment).
Il ruolo è di per sè interessante ma al contempo è una di quelle funzioni trasversali di controllo e di interferenza con le operations (plant produttivi) generalmente malvista. Il successo del mio lavoro si basa sulla collaborazione degli stabilimenti, i quali generalmente hanno una moltitudine di altre priorità ed impegni (lo comprendo benissimo essendo stato da quella parte della barricata) per cui le prospettive di soddisfazione personale sono veramente scrse.
Mi manca inoltre e di già il ruolo di responsabile di stabilimento (l'operatività della produzione, i problemi del day by day, il gestire le persone, l'essere un punto di riferimento ed un leader carismatico).
Per questo motivo mi sono messo alla ricerca di un altro posto di lavoro. Non è difficile ottenere colloqui con il mio curriculum professionale, dovrò sostenerne un paio a breve. I dubbi che mi assillano sono questi:
- posso omettere sul curriculum la mia nuova posizione? ... poi raccontare tutto in fase di colloquio
- posso spiegare al selezionatore come sono andate veramente le cose?
- come può essere presa da un potenziale datore di lavoro la mia decisione impulsiva?

Ringrazio anticipatamente per l'attenzione che vorrete riservarmi e confido in una Vs. autorevole risposta/consiglio.
Distintamente saluto
Davide V.


RISPOSTA
Caro Davide, occorre innanzi tutto sottolineare che dal punto di vista di un inserimento lavorativo la sua situazione - come lei stesso ammette - non è delle più difficili.
Le competenze di cui lei è portatore sono certamente non comuni e quindi molto appetibili dalle aziende e dall'industria. Lei può sommare alla sua giovane età un'esperienza tecnica e pratica importante: ne risulta una miscela molto attraente per le aziende concorrenti che sono affamate di conoscenze e di Know how maturati anche all'interno del bacino di saperi di aziende concorrenti.

L'alto grado di competitività che si sviluppa e fra le aziende concorrenti e all'interno dell'azienda stessa, porta alcuni svantaggi, poiché sicuramente lo stress che si genera innesca contrasti fra figure apicali. Queste, nel tentativo di raggiungere performance elevate, sono certo più addestrate al conflitto che alla "gestione" del conflitto, mirata al superamento dialettico dei problemi per arrivare a soluzioni ottimali e innovative. E' questo che crea contrasti spesso insanabili all'interno dei gruppi di lavoro e tra i loro leaders. Dalla sua descrizione pare inoltre che lei abbia perso la sua posizione e sia stata modificato il suo ruolo del quale non è soddisfatto.

Tuttavia ci sono altri aspetti - detti "di flessibilità" - che permettono soprattutto ad alcuni professionisti "molto specializzati" di fare della conoscenza la loro arma più potente, in grado di rivalutare il proprio potenziale professionale e collocarsi così in aziende nuove che apprezzano le esperienze maturate in altri contesti (e dai quali hanno sicuramente qualcosa da imparare). Queste aziende a loro volta arricchiscono il Know how del nuovo assunto con nuove prospettive, esperienze e conoscenze. Si tratta sempre di una buona occasione per sperimentare un ambiente di lavoro diverso, talvolta più coinvolgente e coerente con le proprie aspettative.

Quindi, tornando alle sue domande, il suo attaccamento all'azienda e al gruppo di lavoro del quale lei fa parte sono degni di lode e le fanno certo "onore" (dal mio punto di vista): l'attaccamento alle "persone" più che ai ruoli ed alle funzioni che essi rappresentano non è comune, e sono certo che all'azienda nella quale lavora non sono sfuggite queste sue caratteristiche, ed è legittimo pensare che in qualche modo gliene renda merito. Detto questo è giusto lottare per proporre all'azienda i valori dei quali si è portatori. Ma ora che la battaglia e finita, battaglia che lei ha combattuto, dobbiamo ammettere che è anche legittimo pensare che i valori dell'azienda, la sua mission , gli obiettivi non devono per forza identificarsi con i suoi, poiché lei non è l'azienda.
Mi spiego meglio: il primo consiglio che mi viene da darle e di scindere (in linea di principio) il suo ruolo, le sue responsabilità e le azioni concrete che lei ha compiuto, dalle decisioni che la sua azienda ha operato indipendentemente da lei. Questo ci permette di liberarci da una sorta di senso di colpa (da un lato) poiché lei si è comportato correttamente, ma anche da una sorta di desiderio di onnipotenza (dall'altro): purtroppo difficilmente si può controllare tutto!
Non sempre si può avere il "potere" di farlo, anche se - e in questo sono pienamente solidale con lei - si ha il diritto-dovere di proteggere i propri collaboratori in ogni situazione se si ritiene giusto (cosa che lei ha cercato di fare fino in fondo esponendosi in prima persona).

Inoltre ora lei si trova da un lato, a ricoprire un ruolo diverso da quello che ricopriva precedentemente, e deve chiedersi - al di là di ciò che è accaduto - se quello che lei sta facendo in questo momento e ciò che realmente vuole fare; d'altro lato lei si pone dei dilemmi - per così dire di carattere "etico" - non solo rispetto alla scelta fatta riguardo alla sua posizione, ma anche rispetto alla scelta di "politica industriale" che la sua azienda ha operato facendo a suo avviso ragionamenti non corretti.
Fatte queste considerazioni lei deve decidere se la sua posizione la gratifica o meno. Chiedersi se questa posizione è soddisfacente per lei indipendentemente da ciò che è successo, cioè dal desiderio di rivalsa su ciò che è accaduto al suo ex gruppo di lavoro.
Se, fatte queste considerazioni, pensa di non poter vivere con serenità le sue nuove mansioni, allora è legittimo mettersi alla ricerca di una nuova azienda nella quale i suoi principi di comportamento e le sue attese intellettuali e morali corrispondano in qualche modo con quelle della potenziale azienda che offre lavoro, altrimenti si ritroverà o potrebbe ritrovarsi in una posizione analoga.

Ne consegue che omettere qualcosa dal proprio curriculum significa impedirsi di svolgere un'indagine adeguata dell'azienda che ci offre lavoro. E significa, non solo rischiare di ritrovarsi in una situazione simile, ma in qualche modo porre consapevolmente le basi affinché essa si riproduca. Possibilità che la avvicinerebbe alla realtà operativa di molte aziende che propongono valori e regole di comportamento ai propri dipendenti che rimangono poi solo virtuali e non si concretizzano nella realtà.
La seconda possibilità che lei prospetta è quella di "omettere dal curriculum", e poi parlarne con il selezionatore. Ciò potrebbe indurre alcuni selezionatori (non tutti) a dubitare delle sue parole chiedendosi il perché di una omissione, di fronte a un'azione che lei ha compiuto e che definisce moralmente corretta.
Scrivere il curriculum correttamente e giustificare con moderazione e buon senso il suo punto di vista potrebbe invece per un verso ridurre l'offerta di alcune aziende che operano una certa politica (che come abbiamo visto sopra era per lei poco appetibile), e d'altro canto accrescere l'interesse di chi, oltre alla competenza, cerca un certo tipo di leadership e preferisce creare team e gruppi di lavoro che si coalizzino intorno ad un capo o un manager che fa della fiducia e della coerenza non solamente uno "spot", ma l'humus sul quale fare crescere l'azienda. Queste aziende preferiscono per esempio mantenere unito un gruppo vincente ai fini di ottenere migliori risultati futuri investendo sulla qualità anche perdendo qualcosa nell'immediato, anziché smembrare un'èquipe di eccellenza che difficilmente sarà riproducibile, il che può costare caro in termini di competitività e innovazione.

Tenga presente che la sua è una posizione comunque privilegiata, non tutti possono permettersi di operare scelte di questo tipo, nella maggior parte dei casi non si tratta solo di limitare qualche opzione nella scelta del lavoro, ma di trovarsi a scegliere tra tollerare situazioni nelle quali non ci ritroviamo pienamente, e la disoccupazione. In ultimissima analisi lei pone le premesse per un dilemma etico al quale né le leggi del mercato, né la psicologia possono dare risposta, le ho prospettato qualche opzione che spero la aiutino a riflettere su "ciò che lei riterrà sia giusto fare" parafrasando un grande filosofo del passato. Immanuel Kant sarebbe d'accordo con lei quando diceva: "tratta gli altri come se fossero dei fini in sé e non come dei mezzi per raggiungere i propri fini".





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