Ne soffrirebbe la metà dei lavoratori
Lo chiamano mal d’ufficio, ma l'etichetta rischia di essere spesso un po’ generica.
Dentro infatti ci sta di tutto, dal mal di pancia del lunedì mattina, dopo la pausa domenicale (che passa una volta ripreso il ritmo), al desiderio di vacanze in luoghi lontani, fino al piacere di starsene a casa al caldo, a non far niente. In tutti questi casi si tratta di un malessere passeggero.
La cosa diventa più grave quando non ci piace il lavoro che facciamo. A volte la scelta è stata casuale: “Volevo fare l’avvocato, poi una grande azienda mi ha offerto un posto... ed eccomi qua”. O ancora: “I primi anni il lavoro mi piaceva moltissimo, adesso mi annoio: è sempre uguale”. In questi frangenti è opportuno ricorrere ad un consulente di orientamento e capire cosa succede, che momento della propria vita si sta attraversando e quali sono le strade possibili da percorrere.
Altre volte invece il malessere è legato alle relazioni: "Il capo si ostina con me, non mi lascia in pace, mi rende la vita impossibile. Non mi trasmette tutte le informazioni di cui ho bisogno oppure non prende posizione per difendermi: mi trovo solo e scoperto e non riesco a fare il mio lavoro come vorrei". A volte invece sono i colleghi. Uno solo magari, "sembra preda dell’invidia, mi attacca e mi ostacola". Talvolta è un intero gruppo: "Sento le loro voci spegnersi appena entro nella stanza". Queste sono solo alcune delle moltissime dinamiche che si verificano all’interno degli uffici, che inquinano le relazioni e rendono sgradevole andare a lavorare.
A volte il problema assume toni ancora più gravi e si configura una problematica tale da richiedere l’aiuto di un legale. E’ allora che si parla di mobbing. Più spesso il problema è impalpabile, fatto di sfumature, di colpi che mirano a ferire, spesso difficili da dimostrare in tribunale. Si tratta del tono con cui viene detta una certa cosa, del modo, della frequenza. Tutte cose chiare da percepire, ma molto difficili da provare. In altri casi si preferisce non arrivare alle vie legali, temendo le possibili ritorsioni.
Nella gestione di problematiche di questo tipo la nostra professionalità conta moltissimo. Ci dice chi siamo, quanto valiamo e impegna una quota di tempo importante della nostra vita. E’ difficile credere a quanti sostengono di lasciarsi tutto dietro le spalle alla fine dell’orario di lavoro o a chi dice di non essere interessato alle relazioni in ufficio.
Il lavoro – parliamoci chiaro – è fatto di contenuto e di relazioni e a volte uno dei due ambiti influenza l’altro, al punto che ci fa rinunciare ad un posto promettente se l’ambiente è insopportabile o ci fa restare con un incarico che non ci soddisfa completamente se l’ambiente è buono.
Il fenomeno del mal d'ufficio è studiato da anni ma la consapevolezza sta iniziando a crescere da poco. Gli studi pubblicati parlano di percentuali molto alte, che vedrebbero come pari al 50% la popolazione che soffre di questo disturbo. Anche i costi sociali cominciano ad emergere.
La sofferenza cresce, la persona si sente male, si isola, a volte si ammala, di solito resta talmente preda di questo circolo vizioso che non ha più l’energia per cercarsi un altro lavoro. L’unico vero modo per uscire da questa impasse è chiedere aiuto e affrontare il tema con una persona esterna. Parlarne con un consulente specializzato è un modo per creare una distanza dalla situazione, spiegare a chi non è direttamente coinvolto è un modo per guardare con occhi nuovi a quel che sta succedendo, analizzare cosa c’è di vero e cosa gli attribuiamo noi, magari a fronte di situazioni ripetute e cristallizzate; saper riconoscere quali comportamenti ci provocano sofferenza e perché; capire fino a che punto siamo responsabili, in che modo manteniamo la situazione e non ci permettiamo di cambiare.
Elisabetta Accascina - Studio Work
Crea un Account su Monster.it Iscriviti subito e compila tutti i campi del profilo.
Maggiori informazioni inserirai, maggiori
saranno
le possibilità di farti trovare dalle aziende! |
|